MARCHIO TIK TOK DIVENTA CASO GIURIDICO DOPO SEQUESTRO

Prato Nadia Tarantino 8 Novembre 2021 220 Nessun commento

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Un marchio registrato all’Ufficio europeo per la proprietà intellettuale (la sede è in Spagna, ad Alicante) può essere usato in Italia senza chiedere l’autorizzazione? Sì per i tribunali di Milano e di Pavia, no per quello di Prato che ha respinto la richiesta di dissequestro delle migliaia di capi di abbigliamento con il logo Tik Tok ritirati dalla guardia di finanza in una confezione cinese nel Macrolotto 1. Respingendo la tesi dell’avvocato che assiste la ditta, Tiziano Veltri, secondo il quale un marchio mai registrato in Italia non può invocare le tutele previste dal Codice della proprietà industriale, i giudici pratesi hanno confermato il sequestro. Il fatto che il marchio Tik Tok sia stato registrato in Cina basta di per sé, secondo il tribunale di Prato, a tenere in piedi le contestazioni all’azienda, senza contare che c’è anche una registrazione europea. Le diverse decisioni dei tribunali sono destinate ad aprire un dibattito sul tema dei marchi stranieri depositati all’ufficio europeo: devono oppure no essere registrati anche in Italia per avere salvaguardie?
Il blitz, che ha portato al sequestro di quasi 3.700 tra maglie, felpe e borse con vari marchi tra i quali quello del social cinese, di 43mila euro in contanti e di tre macchine per cucire e un banco da lavoro, risale allo scorso 4 ottobre. A bussare alla porta della ditta di Prato furono i finanzieri di Massa Carrara che erano sulle tracce dei produttori di merce contraffatta trovata su un banco del mercato di Massa. Contro il sequestro, convalidato dalla procura, si è messo in moto l’avvocato Veltri che ha richiamato le ordinanze dei due tribunali lombardi che, chiamati a dire la loro sulle stesse ragioni, hanno annullato il provvedimento.
L’avvocato ha però ottenuto la restituzione ai suoi clienti dei soldi e dei macchinari da lavoro: il tribunale ha sottolineato che non sono state date motivazioni al sequestro del denaro, mentre la giustificazione di sottoporre le macchine per cucire e il banco ad accertamenti per ricavare ulteriori informazioni sull’ipotesi di contraffazione è stata ritenuta non valida perché, secondo i giudici, si tratta sì di strumenti usati per realizzare i capi sequestrati ma che non possono fornire altri dati oltre a questo.

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