OMICIDIO VIA FIRENZE, CHIESTI 16 ANNI PER L’IMPUTATO

Prato Nadia Tarantino 2 Novembre 2021 74 Nessun commento

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Sedici anni: è la condanna che il pubblico ministero, Vincenzo Nitti, ha chiesto per Christian Ottavi, il 43enne accusato di aver ucciso a coltellate l’amico Mirko Congera, di un anno più grande, e aver ferito gravemente la sua convivente, Daniela Gioitta, 42 anni. Ad armare la mano dell’imputato, secondo la ricostruzione dei carabinieri, fu la rabbia contro l’amico che, a suo modo di vedere, non lo aveva difeso nella rissa scoppiata con un gruppo di marocchini, uno dei quali lo aveva anche colpito facendogli saltare quattro denti. Un risentimento che lo spinse, poco dopo la rissa, a presentarsi a casa della coppia, in via Firenze alla Querce, per regolare i conti. Accanto a questa ricostruzione ce n’è però un’altra ed è quella dei difensori, gli avvocati Gabriele Braschi e Diego Capano, che hanno chiuso le loro arringhe invocando l’assoluzione perché – hanno detto – il loro assistito, dopo la rissa con i marocchini, si fermò a casa della vittima, notò la presenza di droga, minacciò di rivelare tutto alla famiglia della sua convivente e per questo motivo fu aggredito. Le coltellate inferte ai due, insomma, altro non furono – secondo gli avvocati – la risposta ad un attacco nei suoi confronti.
A poco più di un anno dalla tragedia – era il 29 settembre 2020 – si è aperto oggi, martedì 2 novembre, il processo con rito abbreviato a carico dell’uomo chiamato a rispondere di omicidio e tentato omicidio. Ottavi era presente in aula. Presente anche Daniela Gioitta, costituita parte civile e assistita dagli avvocati Alberto Rocca e Rachele Santini che hanno chiesto una provvisionale di 30mila euro. Il giudice delle udienze preliminari, Leonardo Chesi, ha rinviato al 7 dicembre per le repliche e per la sentenza.
Erano amici Christian Ottavi e Mirko Congera, si incontravano spesso la sera e passavano il tempo a bere qualche birra nei pressi della chiesa della Sacra Famiglia, stesso posto frequentato da un gruppo di marocchini. Le ricostruzioni dell’accusa e della difesa combaciano fino alla rissa, poi vanno in direzioni diverse: la rabbia covata dall’imputato contro l’amico incolpato di non averlo protetto e che per questo doveva essere punito? Oppure, l’azione disperata dell’imputato di sottrarsi all’aggressione messa in atto dall’amico in seguito alla minaccia di rivelare il segreto della droga? Deciderà il giudice.

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