PROCESSO 121 IMPUTATI 112 PRESCRITTI

Nadia Tarantino 23 Maggio 2022 95 Nessun commento

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Una trentina di arresti e una novantina di denunce tra imprenditori cinesi e professionisti italiani, più di cinquanta aziende coinvolte, un’evasione di venti e passa milioni di euro e blocco di una trentina di conti correnti per un complessivo superiore a due milioni. Un’associazione a delinquere finalizzata al contrabbando di tessuti dalla Cina che aveva come punto di riferimento un’agenzia di servizi con sede a Prato. Sono passati dodici anni da quella maxioperazione della guardia di finanza, denominata ‘Yellow macro tex”, ne sono passati sette dall’avviso di conclusione delle indagini e quattro dall’udienza preliminare. Un tempo sufficientemente lungo per dichiarare prescritta la maggior parte delle posizioni con il risultato che soltanto una dozzina è ancora aperta davanti al tribunale di Prato. Ennesima tappa oggi, lunedì 23 maggio. Aula collegiale strapiena di avvocati (tra gli altri Denaro, Lorenzetti, Brachi, Veltri, Tresca, Malerba) per uno dei processi più grossi degli ultimi anni da celebrare in città. Tanti imputati, quasi tutti cinesi, con molto tempo che se n’è andato per la difficoltà a notificare gli atti e per l’enorme quantità di carte da tradurre. Le accuse a vario titolo: associazione per delinquere, truffa, contrabbando doganale, falsità ideologica, induzione in errore di pubblico ufficiale, fatture false, evasione fiscale, distruzione delle scritture contabili.
Le indagini furono condotte dalla guardia di finanza insieme all’agenzia regionale della Dogane. Le merci, importate illegalmente, venivano fatte arrivare alle dogana di La Spezia, Napoli, Vienna e Lubiana dove – spiegarono gli inquirenti – un referente dell’organizzazione si occupava di presentare le dichiarazioni di ingresso. Tra il 2006 e il 2010 sarebbe stata importata merce per 60 milioni: secondo i calcoli degli investigatori, il sistema consentiva l’approdo alle dogane di un migliaio di container l’anno. Un mare di merce che, in barba a tasse e controlli e grazie a dichiarazioni fasulle, prestanome e società cartiere, finiva sul mercato italiano producendo ricchezza per il sodalizio. Un’attività così tanto redditizia che i capi italiani del sistema si permettevano un altissimo tenore di vita con Ferrari e barche.

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