PROCESSO CREAF, PAROLA ALLE DIFESE DEGLI EX AMMINISTRATORI

Prato Nadia Tarantino 1 Giugno 2022 120 Nessun commento

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Ultimo round del processo per il fallimento del Creaf, il Centro di ricerca e alta formazione che a dispetto di una spesa di 22 milioni di euro pubblici non è mai stato inaugurato. Oggi, mercoledì primo giugno, le difese degli otto tra politici e amministratori – tra loro gli ex presidenti della Provincia, Lamberto Gestri e Matteo Biffoni – imputati di concorso in bancarotta semplice aggravata, hanno concluso le arringhe davanti al giudice, Elisa Romano, e al pubblico ministero, Lorenzo Boscagli che ha chiesto condanne per tutti per un complessivo superiore a 11 anni.
Le arringhe, che hanno occupato tutta la mattina e una parte del pomeriggio in un’aula caldissima “con un microclima da serra tropicale”, hanno provato a smontare pezzo per pezzo l’accusa mossa nei confronti di Luca Rinfreschi, presidente del Creaf fino al 2014 quando rassegnò le dimissioni (avvocato Rocca), di Laura Calciolari, l’amministratore unico che nel 2016 portò i libri in tribunale chiedendo il concordato preventivo, poi respinto e tradotto nel fallimento (avvocati Rondanina e Stampigli), e dei due membri del collegio sindacale rimasti in carica fino al 2014, Marco Bini e Giovanni Picchi (avvocati Bertei e Traversi). Posizioni con molti punti di contatto tra loro, come hanno rilevato gli avvocati: su tutti, l’aver dato credito alla politica, essersi affidati alla volontà della Provincia di Prato, socio di maggioranza, di proseguire il progetto e completare l’investimento.
“Solo nel 2016 – la difesa di Laura Calciolari – il socio di maggioranza ha finalmente fatto chiarezza e lo ha fatto dopo le insistenze dell’amministratore unico, dopo la valanga di messaggi che in questa aula sono stati fatti passare per stalkeraggio ma che non erano altro che la preoccupazione forte di fronte ad una situazione di crisi che non consentiva di fare passi avanti. Solo nel 2016, il socio di maggioranza, rappresentato dall’allora presidente della Provincia Matteo Biffoni, va in assemblea a dire che non metterà più un soldo in quella operazione. E che doveva fare Laura Calciolari? Va in tribunale, porta i libri contabili, chiede il concordato preventivo e se quel concordato fosse stato accolto, questo processo non ci sarebbe stato”.
Il concordato preventivo lasciò il passo al fallimento che, fatti due conti, fissò in più di 22 milioni di euro il costo di quel progetto mai arrivato in porto nonostante i suoi undici anni di vita.
“Laura Calciolari – le parole dei suoi avvocati – andrebbe premiata, con coraggio ha messo la parola fine a tutto, da lei non si poteva pretendere niente di più e niente di diverso. Se avesse portato la proposta di concordato preventivo ai soci, non solo si sarebbe trovata tutti contro ma qualcuno avrebbe forse anche chiesto le sue dimissioni. La verità è che l’amministratore unico si è trovata di fronte ad una situazione diversa da quella per la quale era stata chiamata: una società con un solo dipendente, senza una struttura organizzativa, senza professionalità al suo interno, con gli uffici dentro il palazzo della Provincia che incideva fortemente sull’organo amministrativo della società. E se nei suoi anni di esistenza il Creaf ha avuto qualche soldo di entrata, questo lo si deve solo a Laura Calciolari che, dopo essersi tagliata lo stipendio, fece in modo di organizzare workshop e corsi di formazione per consentire alla società di avere un qualche guadagno. La storia del Creaf non è fatta solo di atti, documenti, verbali, e-mail ma anche di sogni, di speranze e di rapporti umani e Calciolari si è presa in carico una società complessa con un progetto complicatissimo da realizzare e ha fatto il possibile fino a che è stato possibile”.
L’avvocato Rocca ha puntato sul modo con il quale Luca Rinfreschi ha rivestito il suo ruolo: “Si può imputare la colpa grave ad una amministratore che va avanti con il progetto quando tutti gli dicono di andare avanti? Quando esperti gli sottopongono piani di sostenibilità che risultano fattibili? Quando chiede pareri legali utili a capire se il Creaf può incamerare risorse pubbliche, può essere finanziata nonostante la legge del 2010 che ha vietato questa possibilità se si tratta di partecipate con bilanci in perdita da almeno tre anni? Rinfreschi ha fatto tutto il possibile, tutto quello che erano nelle sue competenze per tirare avanti il progetto che, negli anni della sua gestione, aveva tutti i requisiti della continuità”. E ancora: “Fallimento, curatela, soldi e tempo che se ne sono andati per poi scoprire che evidentemente Prato aveva bisogno di un incubatore per il rilancio economico basato su qualità e ricerca, esattamente quello che si intendeva con il Creaf. Oggi – parole di Rocca – quell’edificio serve anche a questo e se lo spazio c’è è grazie agli amministratori che sono in questo processo”.
La questione dei finanziamenti stoppati dalla legge entrata in vigore nel 2010, che di fatto bloccò il flusso di anticipazione finanziaria alimentato dalla Provincia, e gli elementi che determinano la continuità aziendale o, al contrario, la liquidazione, sono stati al centro della difesa dei sindaci revisori.
Primo capitolo: il Creaf era in perdita da tre anni quando per legge fu vietato il finanziamento pubblico alle partecipate in crisi a meno che non si trattasse di investimenti o di finalità pubblicistica. All’epoca il socio di maggioranza aveva già anticipato diversi milioni e altro denaro era pronto per essere trasferito nelle casse della società; a quel punto il progetto aveva raggiunto il 95 per cento di realizzazione e per il quale serviva ancora poco più di un milione e mezzo di euro per arrivare al traguardo. “Si rimprovera al collegio sindacale di non aver evidenziato gli indici di criticità – le parole dell’avvocato Bertei – quando invece basta leggere le relazioni allegate ai bilanci che vanno dal 2011 al 2014 per poter affermare l’esatto contrario. A dimostrazione di quanto fossero puntuali quelle relazioni, basta citare il consulente dell’accusa, il commercialista Castoldi, che è stato anche curatore fallimentare, che ha detto che chi leggeva quelle carte non andava a letto tranquillo. Cosa tanto vera che nel 2014 il Comune di Prato (in carica l’amministrazione di centrodestra, ndr) non approvò il bilancio proprio sulla scorta di quanto scriveva l’organo revisore”. La difesa ha anche aggiunto: “La prosecuzione del finanziamento, dopo la legge del 2010, non venne bloccato dalla politica ma da una serie di funzionari della Provincia che ritennero di non dover dare seguito a quell’erogazione per non incorrere in una violazione di legge. Gli stessi funzionari si attivano per trovare canali di finanziamento alternativi pur di dare altro ossigeno al progetto. Solo nel 2014 la Corte dei Conti, rispondendo ad un vecchio quesito della Provincia, chiarisce che sì, il Creaf poteva continuare a ricevere soldi pubblici perché rispondente alle deroghe della legge del 2010”.
Secondo capitolo: la valutazione dei criteri di continuità che devono essere presi in considerazione per stabilire se ci siano oppure no le condizioni per andare avanti. Secondo il pubblico ministero, il Creaf era già morto nel 2011, ma nessuno si decise a mollare, anzi. “Qui serve valutare le regole delle condotte che sono quelle dei principi di contabilità – le parole dell’avvocato Bertei – un combinato disposto in ordine alla gestione degli amministratori e al controllo del collegio sindacale. Il criterio della liquidazione subentra quando non esiste un’alternativa realistica, ma quella c’era perché il socio di maggioranza esprimeva la volontà e la determinazione a finanziare il progetto: un elemento, questo, da solo sufficiente a costituire e a sostenere l’alternativa realistica”.
La sentenza nelle prossime settimane.

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