Una testimonianza farcita di troppi ‘non ricordo’, un’altra che ha fatto emergere chiaramente le pressioni esercitate su una testimone affinché non parlasse e, infatti, quando parlò, erano già passati undici giorni dall’omicidio di Maati Moubakir, il 17enne di Certaldo ucciso a coltellate dal branco, all’alba del 29 dicembre 2024, dopo la discoteca, a Campi Bisenzio. Nuova udienza del processo a carico dei cinque giovani accusati di omicidio volontario. Davanti alla Corte d’assise, nell’aula bunker di Firenze, nuova sfilata di testimoni prima che la parola passi ai consulenti delle difese e delle parti civili. Tra le persone ascoltate, un giovane, all’epoca dei fatti minorenne, che era sull’autobus dal quale Maati, già ferito e in fuga, fu scaraventato fuori e accoltellato a morte. “Non mi ricordo, era buio, non so”, ha detto confermando però quanto riferì nei giorni immediatamente successivi, e cioè di un gruppo di 5 o 6 persone all’inseguimento di un ragazzo che, una volta salito sul bus, chiese aiuto urlando, ma poi fu trascinato fuori e sul bus rimase solo una chiazza di sangue. Tra le testimonianze, quella della mamma di una ragazzina che la mattina dell’omicidio aprì le porte di casa agli amici, uno dei quali ferito a una mano chiese dell’alcol e dei cerotti. Gli amici se ne andarono quando il padre si svegliò ed entrò in cucina per farsi un caffè. Era il 9 gennaio, quando i carabinieri si presentarono a casa per una perquisizione, la ragazza disse che quella mattina del 29 dicembre, quando agli amici fu chiesto cosa fosse successo, la risposta di uno di loro fu ”mi sa che abbiamo ucciso qualcuno”. “Mia figlia mi disse che aveva avuto paura per le pressioni ricevute dai ragazzi e che per questo non ne aveva parlato in casa”, ha detto la donna.
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