Domani sarà il giorno di Giuseppe Graviano, il boss di Cosa Nostra fedelissimo di Totò Riina, al carcere duro da 32 anni e condannato a sei ergastoli anche per le stragi del ’93, per la bomba in via D’Amelio dove morirono Paolo Borsellino e la sua scorta e per l’omicidio di don Puglisi, chiamato a testimoniare nel processo in corso a Firenze contro il suo fidato Salvatore Baiardo, l’uomo condannato per averlo aiutato nei dieci anni della latitanza. Per i pm antimafia, Lorenzo Gestri e Leopoldo De Gregorio, è ritenuto custode dei segreti sui rapporti tra mafia e politica nella stagione stragista e anche prima. Sullo sfondo del processo a Salvatore Baiardo, diventato noto non per aver coperto il boss Graviano ma per aver predetto la cattura di un altro boss, Matteo Messina Denaro, ci sono i motivi che spinsero Cosa Nostra a seminare bombe nel Continente e la posizione che assunse la politica. Prima di Graviano, che non si è mai pentito, sono stati ascoltati diversi collaboratori di giustizia tra cui Giovanni Brusca e Gaspare Spatuzza che hanno parlato di come Cosa Nostra cercasse referenti politici che potessero allentare il carcere duro, intervenire sulla confisca dei beni, fornire, insomma, agevolazioni. I pentiti hanno parlato di come la mafia guardasse con interesse, fino a convogliare lì i suoi voti, il progetto politico dell’allora emergente Forza Italia. Giuseppe Graviano è il testimone più atteso di tutto il processo. Dopo 32 anni di carcere, e ormai ultrasessantenne, potrebbe decidere di parlare, potrebbe decidere di raccontare, confermare, rivelare. Se poi ci saranno impatti sulla pozione processuale di Baiardo è un altro discorso. Baiardo, nelle ultime udienze, è rimasto in secondo piano. I pm si sono concentrati su altro. Si sono concentrati sui presunti rapporti tra mafia e politica e più in particolare sui presunti rapporti tra Graviano e Silvio Berlusconi che sarebbero documentati in una foto per la quale Baiardo è stato chiamato a rispondere di calunnia nei confronti del giornalista Massimo Giletti secondo cui quella foto, che risalirebbe agli anni in cui il boss era latitante, esiste e a mostrargliela è stato l’imputato che però nega.
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