Altri due nomi di spicco della moda italiana sono finiti nel mirino della Procura di Prato con l’accusa di avere esternalizzato parte del lavoro a ditte che, sistematicamente, sfruttavano i propri dipendenti. Il Tribunale di prevenzione di Firenze ha accolto la richiesta di sottoporre ad amministrazione giudiziaria i brand Patrizia Pepe e Dixie, con sedi legali rispettivamente a Campi Bisenzio e Signa. Secondo le accuse della Procura, che ha delegato le indagini alla guardia di finanza e al gruppo antisfruttamento dell’Asl, da diversi anni entrambe avrebbero esternalizzato una parte della loro produzione avvalendosi dell’attività svolta da un’organizzazione imprenditoriale, gestita nel tempo da cittadini albanesi, a loro volta indagati per il delitto di intermediazione illecita e di sfruttamento del lavoro. I lavoratori sfruttati sarebbe sia di nazionalità albanese sia bengalese. “Un sistema della produzione – spiega in una nota il procuratore Luca Tescaroli – basato sulla logica della massimizzazione del profitto, che ha consentito ampi margini di guadagno, abbattendo il costo del lavoro comprimendo le spese e mantenendo un elevato livello di competitività”.
Il Tribunale di Prevenzione di Firenze ha riconosciuto come i due brand abbiano colposamente agevolato l’attività di sfruttamento lavorativo, rimproverando alle stesse una colpevole inerzia e una mancata vigilanza, concretizzatesi nel non aver mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle imprese terziste affidatarie delle commesse, che sono risultate impiegare anche maestranze in nero, in stato di clandestinità. Lavoratori che, come spiegato da Tescaroli, “erano costretti a subire i classici atteggiamenti di sfruttamento in termini di orario, retribuzione e condizioni di sicurezza e alloggiative degradanti”. Il tutto in un clima di continue vessazioni, offese, violenza e controllo fisico costante dei lavoratori.
I controlli e le perquisizioni effettuati hanno permesso di trovare etichette, capi di produzione, fatture, documenti di trasporto, chat, corrispondenza email che avrebbero dimostrato i rapporti in essere tra i due brand e le aziende gestite dai due imprenditori albanesi.
“Il sistema illegale – spiega ancora Tescaroli – ha consentito alle imprese destinatarie del provvedimento di assicurare una produzione a prezzi più contenuti e ridurre le tempistiche di fabbricazione per una più veloce immissione dei prodotti sul mercato. Tali vantaggi hanno permesso di contaminare l’intera filiera e di affermarsi nel mercato”.
Le indagini si sono avvalse anche della collaborazione di ben 18 lavoratori vittime di sfruttamento, per i quali la Procura ha richiesto il rilascio del permesso di giorno per motivi di giustizia.
L’operatività della galassia imprenditoriale albanese, sottolinea la procura di Prato, dimostra la capacità di penetrare un settore economico sino a oggi appannaggio esclusivo degli esponenti della
criminalità economica cinese. Si tratta infatti del primo caso in cui è posta a fondamento di due amministrazioni giudiziarie l’attività di imprenditori albanesi, risultati attuare lo sfruttamento lavorativo. Il provvedimento di amministrazione giudiziaria risulta, invece, essere il secondo emesso nel territorio della Regione Toscana. “Si tratta di uno strumento di prevenzione – conclude Tescaroli – che la Procura di Prato ritiene importante da azionare per contrastare giudiziariamente in modo sempre più efficace il fenomeno dello sfruttamento lavorativo, anche con riferimento all’imprenditoria committente che ne beneficia. La strategia di intervento mira a bonificare la filiera produttiva, colpendo alla base il soggetto sfruttatore, con l’obiettivo di neutralizzare la prosecuzione dell’attività mediante richieste di misure cautelari personali e reali, e la vetta della filiera con l’impiego della misura di prevenzione terapeutica dell’amministrazione giudiziaria”.
Infine l’enensima stoccata del procuratore: “Se vi fosse – dice – una più consistente aliquota di appartenenti alla polizia giudiziaria e un organico di Procura più adeguati alla realtà criminale in essere, la strategia indicata potrebbe espandersi in modo capillare. Si auspica una maggiore sensibilità istituzionale per dotare concretamente per lo meno i reparti specializzati di un numero maggiore di risorse umane, attesa la complessità del lavoro investigativo che ne discende”.