Un evento eccezionale e imprevedibile su un territorio indebolito dall’intervento dell’uomo, con ampie zone particolarmente critiche e con infrastrutture datate, non aggiornate (e non manutenute) e perciò non più adeguate ai cambiamenti e alle trasformazioni del tessuto urbano. Questo, in estrema sintesi e con qualche distinguo, dice la relazione di 126 pagine consegnata al giudice delle udienze preliminari del tribunale di Prato, Costanza Chiantini, dai periti – gli ingegneri Bernardino Chiaia e Davide Poggi (gli stessi della tragedia di Rigopiano) – incaricati di studiare il fenomeno meteo che il 2 novembre 2023 si abbatté su tutta la provincia, di esaminare la capacità di risposta del territorio sia da un punto di vista infrastrutturale che di preparazione e organizzazione della macchina operativa di intervento, di valutare se morti e danni furono l’epilogo inevitabile. I sei quesiti e le relative risposte serviranno a stabilire il destino processuale dei dieci tra amministratori e tecnici dei Comuni di Prato e di Montemurlo e un dirigente del Genio civile Valdarno centrale, imputati a vario titolo di omicidio colposo e disastro colposo; tra i nomi, anche quelli dei sindaci Matteo Biffoni (avvocato Giuseppe Nicolosi) e Simone Calamai (avvocati Alberto Rocca e Rachele Santini).
I periti, che saranno sentiti a breve, descrivono l’evento come di “eccezionale severità”, giudicano corretta l’allerta arancione che fu diramata in vista delle abbondanti piogge e del rischio idrogeologico, ritengono coerenti con i piani di Protezione civile le azioni messe in campo prima e durante dai Comuni. Non solo: offrono indicazioni sulla gestione del territorio utili a evitare conseguenze così drammatiche.
Le precipitazioni, il sunto della perizia, sono state caratterizzata da una rilevante intensità e si sono concentrate in uno spazio e in tempo ridotti, che hanno originato colmi di piena in alcuni punti superiori alle portate indicate dai progetti di realizzazione. Fin qui la causa remota dell’evento. Poi la causa prossima degli effetti alluvionali: tombamenti, restringimenti, discontinuità degli argini, muri di sponda, vegetazione e detriti hanno condizionato il deflusso dell’acqua provocando rotture, rigurgiti, occlusioni e, quindi, allagamenti devastanti.
Nella relazione anche il riferimento ai due morti di quelle tragiche ore: Alfio Ciolini, l’anziano di Montemurlo annegato in via Riva, nel salotto di casa invaso dalle acque del torrente Bagnolo esondato, e Antonio Tumulo, l’anziano di Prato che si trovava alla guida della sua auto trascinata via dalla piena del torrente Bardena. Confermate le cause e le dinamiche dei decessi.
Quanto ai punti di maggiore criticità e dove l’alluvione è esploso in tutta la sua potenza, i periti del giudice spiegano l’assetto delle infrastrutture. Sia il sistema Bardena-Vella-Iolo, che il Bisenzo, che Bagnolo e lo Stregale sono stati sottoposti, nel tempo, a trasformazioni antropiche. I corsi d’acqua, soprattutto nei tratti urbanizzati, non presentano una dinamica naturale ma sono inseriti, e disturbati, da attraversamenti, tombamenti, opere di regimazione, e edifici costruiti vicino agli alvei: elementi che hanno inciso sulla propagazione delle piene. Non mancano, come detto all’inizio, dei distinguo: per esempio, la criticità del tombamento della Bardena nel tratto Fornaci a Figline (Prato) era stata segnalata già nel 1992, mentre per il fosso Stregale (Montemurlo) la criticità principale è individuata nel tratto tombato nel quale il corso d’acqua viene indirizzato a una condotta di un metro e mezzo di diametro che rende il sistema particolarmente esposto al rischio di occlusione dovuta a vegetazione e detriti.
Diversi i punti del territorio su cui è stato posto l’accento: il ponte ad arco e le discontinuità delle difese idraulica nel tratto di via Riva sul Bagnolo, il tratto tombato dello Stregale, il tombamento della Bardena a Fornaci, alcune interferenze tra il Bisenzio e il tracciato dell’autostrada. Tante criticità ma tutte, è il sunto, rilevabili da studi, atti dei progetti e documenti amministrativi, cartografie”.
Si poteva evitare quello che è successo? le conseguenze potevano essere minori di quello che sono state? sono state fatte, oppure non fatte opere che avrebbero potuto salvare il territorio? Ecco che la relazione dei periti si traduce anche in una sorta di ‘guida’ alla buona amministrazione/gestione che deve prevedere casse di espansione, rimozione o modifica dei tombamenti, rialzo e rafforzamento delle sponde; interventi, va da sé, che richiedono pianificazione, progettazione, soldi e tempo. E se, invece, tutto fosse stato a sistema, si sarebbe ridotto il carico dei danni, si sarebbero evitati i morti? Impossibile rispondere con assoluta certezza.
L’elenco degli imputati e relative cariche all’epoca dei fatti. Per il Comune di Prato: Matteo Biffoni, sindaco; Simone Faggi, vicesindaco e assessore alla Protezione civile; Valerio Barberis, assessore all’Urbanistica e all’Ambiente; Pamela Bracciotti, dirigente del servizio Urbanistica e Protezione civile; Sergio Brachi, responsabile della Protezione civile.
Per il Comune di Montemurlo: Simone Calamai, sindaco; Valentina Vespi, assessore alla Protezione civile; Sara Tintori, dirigente dell’area Programmazione e sviluppo; Stefano Grossi, ufficiale della polizia municipale e responsabile della Protezione civile. Per il Genio civile Valdarno Centrale: Fabio Martelli, dirigente.