FIRENZE - MAFIA: AL PROCESSO BAIARDO PARLA GIOVANNI BRUSCA

Nadia Tarantino
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“In Cosa Nostra si parlava di usare gli attentati del ’92 e del ’93 come strumento politico e di dare la colpa alla sinistra per favorire l’affermazione di Forza Italia”. Così Giovanni Brusca, il collaboratore di giustizia, ex capo mandamento di San Giovanni Jato che azionò il telecomando della strage di Capaci, al processo in corso a Firenze a Salvatore Baiardo, vicino ai boss Giuseppe e Filippo Graviano durante la loro latitanza, imputato di favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa e di calunnia contro il giornalista Massimo Giletti.
Brusca, in videocollegamento da una località segreta, ha risposto alle domande dei pm Gestri e De Gregorio che hanno puntato sui presunti rapporti tra Cosa Nostra e la politica e sulla trattativa Stato-mafia che però, ha detto il pentito – “non portò a nulla”. Ecco che spunta il nome di Vittorio Mangano, incaricato da Stefano Bontate – sempre il racconto di Brusca – di avvicinare Berlusconi. “Mangano entrò in contatto con Silvio Berlusconi e con Marcello Dell’Utri – ancora Brusca – tornò con un grazie e ci disse che avremmo avuto notizie, e fu a quel punto che avanzammo la minaccia di altre stragi che avrebbero creato difficoltà politiche”. Dopo questo contatto, il fallito attentato all’Olimpico di Roma, all’inizio del 1994, e l’ascesa di Berlusconi con Forza Italia. Insiste l’accusa per ancorare Giuseppe Graviano a Silvio Berlusconi: “Matteo Messina Denaro mi raccontò che Graviano gli aveva detto di aver visto al polso di Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire”. “I due, allora, si erano incontrati di persona”? la domanda del tribunale. “Sì” ha risposto Brusca che di questa circostanza aveva già parlato ma senza mai precisare se si fosse trattato di un incontro oppure se dell’esistenza di quell’orologio Graviano lo aveva appreso dai giornali o dalle tv in un periodo nel quale Berlusconi era già presidente del Consiglio e dunque molto in vista. E dei contatti diretti tra i due si parla proprio in questo processo con la foto datata primi anni ’90 che Massimo Giletti racconta essergli stata mostrata da Salvatore Baiardo, che però smentisce, in cui Silvio Berlusconi sarebbe stato immortalato proprio con Graviano. Baiardo, difeso dagli avvocati Ventrella e Bellezza, oggi non ha preso parte all’udienza e il suo nome non è mai stato fatto né da Giovanni Brusca, né da Antonino Giuffrè, l’altro collaboratore di giustizia, ex capo mandamento di Caccamo, convocato come testimone.

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