La domanda che puntualmente torna ogni inizio novembre a Firenze è: la città sarebbe protetta in caso di un’alluvione come quella del 1966? Il tema è stato affrontato in un convegno nel salone dei Cinquecento e la risposta è sì, ma. Sì intanto perché ora le previsioni metereologiche consentirebbero di prevederla con almeno 24, 36 ore di anticipo. Sì perchè molto è stato fatto da allora. Andando a ritroso dagli ultimi interventi, con i fondi PNRR sui Lungarni del Centro dove l’Arno ruppe in maniera più disastrosa ora sarebbero montabili in 8 ore paratie mobili che innalzerebbero le spallette di un metro (e altre fisse ce ne sono nella zona dell’Africo). Sì perchè tutto il corso del Fiume è stato rafforzato (ad esempio nelle briglie). Sì perchè l’invaso di Bilancino consentirebbe di calibrare l’acqua immessa nella Sieve (che poi si butta in Arno). nessuno degli interventi elencati basterebbe da solo. Nemmeno quello forse più importante e ancora da completare ovvero il sistema delle casse di espansione in Valdarno che consentirebbe di bloccare la piana prima che arrivi a Firenze. Sono 4 ma solo una (la più piccola) è già operativa, a Pizziconi. Restone potrebbe esserlo in primavera, Prulli nel 2028 mentre il Leccio è ancora in fase di progettazione. Per non parlare dell’innalzamento della diga di Levane che non ha una data di realizzazione. Quello del cambiamento climatico è un rischio quindi diverso dalla piena del ’66 e impatta soprattutto sul reticolo minore.
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