Quarantatré minatori morti a Ribolla, nel Grossetano, il 4 maggio del 1954. Due anni dopo, l’8 agosto 1956, a Marcinelle, furono 262 i minatori che persero la vita nella miniera del Bois du Cazier. Dodici nazionalità diverse, 136 italiani. E tra loro anche tre toscani: Otello Bugliani di Massa, Enrico Del Guasta di Cascina, partigiano e medaglia d’oro al valor civile, e Romano Filippi di Fiesole.
Due tragedie che, a distanza di poco più di due anni, misero davanti a tutti una questione che andava oltre la singola tragedia: quanto può essere sacrificata la sicurezza in nome del lavoro e della produzione?
Marcinelle, anche per la sua dimensione e per il numero di italiani coinvolti, diventò uno dei simboli della necessità di cambiare approccio. La sicurezza e la vita di chi lavora non potevano più essere considerate un elemento secondario.
Sono passati esattamente settant’anni e quella domanda è ancora attuale. Perché le morti sul lavoro continuano a riempire le cronache e a trasformare numeri in storie, famiglie e vite spezzate.
In Toscana, dall’inizio del 2026, sono già 27 le persone che hanno perso la vita sul lavoro. Due di queste soltanto negli ultimi quattro giorni.
Da Ribolla a Marcinelle, fino all’Italia di oggi, il lavoro è cambiato. Ma la necessità di renderlo sicuro, evidentemente, resta ancora una questione aperta.
TOSCANA - DA MARCINELLE A OGGI: IL LAVORO CHE CONTINUA A UCCIDERE
LIVE
4