FIRENZE - MORÌ PER IL SANGUE INFETTO: MAXIRISARCIMENTO AI FAMILIARI

Nadia Tarantino
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Quarantotto anni dall’insorgere della malattia, 32 dal decesso. Tredici anni dall’inizio della battaglia giudiziaria che si è snodata in quattro sentenze: tribunale, Corte d’appello, Cassazione e di nuovo Corte d’appello. Alla fine, ai familiari della vittima, una donna deceduta nel 1994 per un linfoma di Hodgkin di tipo B, è stato riconosciuto un risarcimento di quasi un milione e mezzo perché la patologia tumorale fu scatenata dall’epatite C contratta a seguito di emotrasfusioni infette risalenti al 1978. Sono stati i giudici della Corte d’appello di Firenze a pronunciare la sentenza di condanna a carico del ministero della Salute. La sentenza riconosce il pieno risarcimento sia per il danno biologico terminale patito in vita dalla vittima, sia per il danno da decesso subito dal marito e dalla figlia che all’epoca aveva appena 10 anni. Marito e figlia sono stati assistiti dagli avvocati Marcello Stanca, Alfonso Bonafede e Giacomo Bizzarri.
Una vicenda molto datata ma i cui termini di prescrizione sono cominciati a decorrere dal 1993, da quando cioè la scienza medica ha evidenziato il legame del linfoma con il virus C dell’epatite. “Nonostante le normative già all’epoca imponessero misure di sicurezza, non risulta – è scritto nella sentenza – che il ministero abbia assolto l’obbligo di controllo, le direttive e la vigilanza in materia di impiego del sangue umano per uso terapeutico.

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