FIRENZE - Processo delitti escort, Frumuzache parla in aula davanti ai familiari delle vittime: “Ecco perché ho ucciso”

Cinque ore di interrogatorio per la guardia giurata che ha confessato gli omicidi di Ana Maria Andrei e Maria Denisa Paun. In aula la moglie e i parenti delle vittime. Ricordi confusi e tanti 'non so'. La difesa chiede la perizia psichiatrica
Nadia Tarantino
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“Ana Maria l’ho uccisa per il disprezzo che mi mostrò, perché mi disse che non le piacevano gli uomini rumeni e rifiutò un rapporto sessuale con me. Io cercai di farle cambiare idea, le dissi che sono un uomo pulito ma lei scese dalla macchina e allora la bloccai e la accoltellai. Maria Denisa, invece, dopo un rapporto sessuale mi chiese diecimila euro per non far sapere a mia moglie del nostro incontro. Mi disse che conosceva delle persone che avrebbero saputo rintracciare mia moglie e io, per la paura di perdere la mia famiglia, la strangolai”. Ha raccontato la sua verità Vasile Frumuzache, la guardia giurata rumena di 33 anni residente a Monsummano Terme che ha confessato gli omicidi delle due escort connazionali: Ana Maria Andrei, 27 anni, uccisa a Montecatini il 26 luglio 2024, e Maria Denisa Paun, 30 anni, uccisa in una stanza del residence Ferrucci a Prato il 16 maggio 2025. Lo ha fatto oggi, giovedì 19 marzo, davanti alla Corte d’assise di Firenze, davanti ai pubblici ministeri Luca Tescaroli e Leonardo Del Gaudio. Ma soprattutto davanti alla moglie che gli è rimasta accanto dopo l’arresto e ai familiari delle vittime.

Un racconto lungo, pesante, andato avanti per oltre cinque ore occupate in larga parte dal difensore, Diego Capano, che alla fine dell’esame ha chiesto la perizia psichiatrica: “All’interno di una stanza – le sue parole – il giudice deve illuminare ogni anfratto anche quello che si ritiene non abbia insidie. Un processo non si fa solo per stabilire una verità che, in questo caso, è acclarata, si fa anche per stabilire una giusta pena e per questo chiedo una valutazione delle condizioni psichiche del mio assistito e un’analisi per verificare problematiche patologiche che potrebbero aver influito o determinato il comportamento”. A più riprese Frumuzache ha fatto cenno ad un malessere di fondo: “E’ come se un altro io mi parlasse, sento che mi dice che la mia vita non ha senso e allora lotto contro me stesso. Sento delle voci ma non lo so spiegare”. Ferma la contrarietà dell’accusa e delle parti civili. I giudici si sono riservati.

L’udienza si è chiusa con un colpo di scena e una novità. Il colpo di scena: “Sono stato minacciato in questa aula il 15 gennaio, cioè nella prima udienza. Un parente di una delle vittime ha indicato la gola con il pollice. Ho avuto paura per mia moglie e per i miei figli e allora ho tentato di evadere dal carcere”. Ha spiegato così, Vasile Frumuzache, il tentativo di evasione dal carcere di Sollicciano fallito per un soffio lo scorso febbraio. Il pm Luca Tescaroli ha chiesto la trasmissione degli atti a Prato allo scopo di accertare il fatto e, nel caso, individuare l’autore della minaccia.  

La novità: a carico dell’imputato anche l’accusa di rapina. “Oggi – ha detto Luca Tescaroli – Frumuzache ha raccontato di aver portato via soldi e telefonini alle vittime e perciò dovrà rispondere di rapina”.

Un interrogatorio difficile per Frumuzache chiamato dal suo avvocato anche a ricordare la sua infanzia (“Sono arrivato in Italia nel 2008 perché mia madre era già qui e io in Romania ero rimasto solo”), il duro lavoro nei campi (“Ho patito condizioni disumane”), le botte prese dal padre (“Era un violento con me e con mia madre, non lo vedo da vent’anni”. Dall’altra parte, domande stringenti e calzanti nel tentativo di far emergere la presenza di complici e il possibile movente: la rapina.

Frumuzache ha raccontato di aver cominciato ad un certo punto a nutrire curiosità per i rapporti sessuali a pagamento: “Cercavo sui siti di incontri – ha detto – abitualmente mi collegavo, era un impulso che non riuscivo a controllare, ma poi non fissavo quasi mai perché mi sentivo in colpa. Ho preso solo tre appuntamenti”.

Luglio 2024, Ana Maria Andrei. “L’avevo vista in strada a Montecatini e una sera ci andai. Parcheggiai la macchina e la raggiunsi a piedi. Ci mettemmo d’accordo per un rapporto in macchina, nella sua macchina. Le dissi io di andare in un posto poco distante, un luogo appartato, un bosco. Qui lei mi disse che non le piacevano gli uomini rumeni, che non voleva stare con me. Aprì lo sportello, io l’afferrai per una spalla perché volevo trattenerla in macchina ma lei scese. Era buio, lei si guardava intorno. Io tirai fuori il coltello dal marsupio e la colpì all’altezza del collo. Ho un vago ricordo ma so che la pugnalai Lei non si muoveva, rimasi lì per un bel po’ e dopo, a piedi, tornai alla mia macchina e rientrai a casa”. Frumuzache, rispondendo alle domande, ha detto che il giorno dopo tornò nel bosco e portò via la macchina della donna: la verniciò perché era rossa e dava nell’occhio, cambiò le targhe e ogni tanto la usava. Dentro c’erano i telefonini e 200 euro. “Non ho mai speso quei soldi, li ho conservati”.

“Sapeva – ha chiesto il pm Tescaroli – dove abitava Ana Maria”? “No”, la risposta. Alla base della domanda le dichiarazioni della sorella della vittima che ha riferito che un’amica di Ana Maria partì dalla Romania per venire a cercarla dal momento che da qualche giorno non si faceva sentire con la famiglia. L’amica aveva vissuto qualche anno in Italia e abitava con Ana Maria e quando entrò in casa non trovò più nulla: spariti vestiti, scarpe, trucchi, perfino il materasso non c’era più.

Maggio 2025, Maria Denisa Paun. “Trovai un annuncio su un sito e la contattai. Il primo appuntamento saltò perché arrivai tardi e allora la chiamai di nuovo il giorno dopo e fissai un incontro nel residence. Avemmo un rapporto e prima del secondo parlammo un po’. Mi chiesi del lavoro, mi chiese della famiglia. Le dissi qualcosa di me. Poi lei mi chiese 10mila euro per non dire nulla a mia moglie. Mi disse che aveva dei filmati, che conosceva gente che avrebbe potuto rintracciare mia moglie. Per la paura di perdere la mia famiglia la strangolai, poi misi il corpo in uno dei suoi bagagli e uscì con quello e con un’altra valigia. Tornai a casa e misi tutto dentro il garage e il giorno dopo andai nel bosco per lasciare il cadavere ma prima tagliai la testa con una katana che mi ero portato dietro. La testa la bruciai dopo, nel giardino di casa mia. Non so perché l’ho bruciata, forse per non lasciare tracce”.

Nel racconto qualcosa non torna ed è il difensore a sottolinearlo: “A Prato lei in quei giorni c’è stato tre volte, sono dati oggettivi che risultano dai riscontri sulle celle telefoniche e anche dal gps installato sulla sua auto”. Frumuzache non ricorda di essere arrivato al residence Ferrucci una prima volta la notte tra il 13 e il 14 maggio: “L’ho appreso dagli atti, non me lo ricordo”. Per l’accusa quello fu un primo sopralluogo. Il 14 maggio, la sera, torna: “Avevo appuntamento alle 23.30 con Maria Denisa ma lei mi dice che siccome sono in ritardo, non se ne fa di niente”, dice. Ma emerge che è arrivato a Prato alle 22.45, dunque in anticipo. I ricordi sono confusi e non è chiara la circostanza. La sera dopo avviene l’incontro, finito in tragedia. “Ero sopra di lei quando l’ho strangolata, poi mi sono seduto sul divano e lì sono rimasto per un po’ e ho anche pensato di suicidarmi con un coltello che era lì ma non ho avuto il coraggio”.

Per il pm Tescaroli omicidi premeditati, portati a termine con l’aiuto di un complice. Vasile Frumuzache ha sempre detto di aver agito da solo. Ci sono cose che non tornano: perché, ad esempio, prendersi il grosso rischio di tenere in garage la macchina di Ana Maria Andrei? “Non lo so, non trovo il senso a tanti miei gesto”. E ancora: perché usare la sim di Ana Maria andando incontro ad un altro rischio enorme? “Ho pensato che tenere e usare quella scheda avrebbe facilitato la mia cattura, non vedevo l’ora di pagare per quello che avevo fatto”.

Contraddizioni? Bugie? Un castello di idiozie? “Una persona che sta dicendo così tanto la verità da apparire bugiarda – ha detto l’avvocato Diego Capano – le bugie hanno le gambe corte e prima o poi il bugiardo cade. Non è il caso di Frumuzache: ha risposto a tantissime domande e i ‘non ricordo’ sono coerenti, compatibili con la vicenda che è chiamato a ripercorrere e a riferire. Il cervello va in protezione”.

Il tentativo di evasione da Sollicciano. Il 4 febbraio Vasile Frumuzache viene bloccato davanti all’ultimo muro di recinzione da scavalcare prima di essere libero. Dice di aver costruito, nella sua cella e approfittando dei momenti in cui non era sorvegliato, una scala di circa cinque metri usando un manico di scopa, la cornice della finestra e le lenzuola. Tutto in un paio di giorni, passando del tutto inosservato. Poi di essersi aiutato con un rampone tenuto nascosto sotto la giacca. “Se fossi riuscito a scappare – ha detto – sarei rimasto poco in giro, mi avrebbero preso subito. Ero solo, non sapevo dove andare di preciso. Volevo raggiungere la mia famiglia ma da solo non ce l’avrei fatta. Ci ho provato perché volevo andare a proteggerla. Ho paura per mai moglie e per i miei figli”.

Nessun complice? “E chi avrebbe potuto aiutarlo – la risposta dell’avvocato difensore – la forza della disperazione può portare a fare cose che in condizioni normali non immaginiamo di poter fare”.  

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