L’esplosione al deposito Eni di Calenzano, che il 9 dicembre provocò cinque morti, 27 feriti e danni ingenti alle strutture oltre che a capannoni e abitazioni vicine, fu provocato da errori “gravi e inescusabili”. Ne è convinta la procura di Prato che, al termine dell’incidente probatorio iniziato nel marzo 2025 e chiuso ad aprile scorso, ha predisposto l’avviso di conclusione indagini nei confronti di nove indagati, ritenuti responsabili di aver cagionato colposamente, a vario titolo, la tragedia. Sette di loro sono appartenenti ad Eni, altri due all’impresa appaltatrice Sergen srl, che quella mattina stava effettuando dei lavori di manutenzione sulle linee di rifornimento.
Per tutti e nove le accuse sono di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e lesioni personali colpose. Si tratta di Luigi Collurà dirigente con delega di funzioni sulla sicurezza del deposito Eni di Calenzano; Carlo Di Perna, responsabile manutenzioni e investimenti depositi Centro Eni spa; Marco Bini, preposto Eni richiedente il permesso di lavoro che ha classificato l’attività di Sergen; Andrea Strafellini, coordinatore operativo giornaliero e preposto; Elio Ferrara, preposto Eni che ha autorizzato il rinnovo del permesso di lavoro a Sergen per il 9 dicembre 2024; Emanuela Proietti responsabile del servizio prevenzione protezione (Rspp) di Eni; Enrico Cerbino, responsabile del progetto esterno per le Manutenzioni e investimenti depositi Centro (Eni); Francesco Cirone, datore di lavoro e Rspp dell’impresa esecutrice Sergen srl di Viggiano (Potenza); Luigi Murno, preposto della Sergen. Le accuse cadono invece per Patrizia Boschetti, come datore di lavoro committente responsabile della struttura organizzativa e gestione operativa del centro Eni spa di Roma. L’incidente probatorio ha infatti dimostrato che il modello organizzativo era formalmente corretto. Alla stessa Boschetti, insieme a Collurà, Proietti e Bini, viene invece contestato il danno ambientale per lo scarico di acque reflue industriali nel fosso Tomerello.
Tornando all’esito dell’incidente probatorio, il procuratore Luca Tescaroli sottolinea in una nota come “i contenuti dell’ipotesi investigativa sono risultati confermati nelle sue linee essenziali”. “L’incidente sul lavoro – prosegue Tescaroli – è risultato in concreto prevedibile, se fosse stata effettuata un’adeguata analisi dei rischi e delle condizioni operative, ed evitabile, se fossero state seguite correttamente le procedure di sicurezza, protezione e pianificazione che erano obbligatorie per effettuare l’intervento che doveva realizzare Sergen Spa”.
Secondo quanto accertato dalla procura l’inferno scoppiò perché erano in corso contemporaneamente due attività che non avrebbero dovuto coesistere: il rifornimento di carburante alle pensiline e l’intervento per convertire una vecchia linea di benzina senza piombo in linea di fornitura di olio vegetale idrotrattato. Un intervento, quest’ultimo, che generò una fuoriuscita di benzina che durò 33 secondi fino ad innescare, probabilmente attraverso il motore del carrello elevatore in uso ai tecnici di Sergen, la prima di quattro esplosioni avvenute in rapida sequenza e la seconda delle quali particolarmente potente.
“Dall’analisi della documentazione funzionale ad assicurare la sicurezza e dalle attività svolte da Sergen nel deposito di Calenzano – è stato spiegato – è emerso un errore grave: permettere, da parte di Eni, la presenza di fonti di innesco in un’area di lavoro considerata Zona 2 per il rischio esplosione anziché, come avrebbe dovuto essere, Zona 1”.
PRATO - CHIUSE INDAGINI ESPLOSIONE DEPOSITO ENI CALENZANO
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