Il decreto interministeriale Mef–Masaf ha finalmente definito il regime fiscale per la produzione di vino dealcolato in Italia, stabilendo accise e modalità di gestione dell’alcol rimosso nei processi di dealcolazione. Una svolta attesa dai produttori, finora costretti a ricorrere a impianti esteri – soprattutto in Germania e Spagna – con costi aggiuntivi nonostante la crescita del mercato internazionale. La norma è stata sostenuta dalle organizzazioni del settore e dalla necessità di competere con Paesi già regolamentati.
In Toscana questa nuova possibilità non è stata accolta con entusiasmo: i principali consorzi restano scettici e, almeno per ora, distanti dal segmento dei vini dealcolati.
Dello stesso avviso anche molti produttori storici, con posizioni diverse ma convergenti nello scetticismo: c’è chi non considera i dealcolati un vero vino, chi li ritiene poco salutari e chi vede un mercato trainato più da mode estere che da una reale domanda italiana.
Ma ci sono anche cantine che hanno scelto strade radicali, puntando su vini a bassa gradazione ottenuti direttamente in vigna e non in cantina, riuscendo così a proporre prodotti di grande pregio.
Insomma, il vino sta attraversando un percorso di profondo cambiamento che nei prossimi anni ci porterà a capire con maggiore chiarezza le nuove direzioni del settore. Molto dipenderà dalla capacità di chi oggi guida le aree produttive di accompagnare questa evoluzione senza perdere valori e tradizioni che hanno reso grande il vino italiano.
Toscana - Vini dealcolati: Toscana tra dubbi e resistenze
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