Un’altra indagine per ricostruire passo passo la storia di Luana D’Orazio, dal 3 maggio 2021 quando l’orditoio al quale era addetta la inghiottì fino al 18 novembre 2025 quando il tribunale ha assolto il tecnico manutentore dall’accusa di aver rimosso i dispositivi di sicurezza del macchinario, passando per il patteggiamento dei titolari della fabbrica. La procura di Prato ha aperto un fascicolo per rimettere insieme tutti i pezzi e verificare se ne manchi qualcuno. Lo scrive oggi, lunedì 11 maggio, l’edizione fiorentina de La Repubblica.
Il carteggio è sulla scrivania del procuratore Luca Tescaroli che nelle settimane scorse ha annunciato ricorso contro l’assoluzione ‘per non aver commesso il fatto’ di Mario Cusimano, il tecnico finito sul banco degli imputati insieme a Luana Coppini e Daniele Faggi, i coniugi a capo dell’orditura a Montemurlo nella quale la giovane donna morì che hanno chiuso i conti con la giustizia il 27 ottobre 2022 patteggiando pene rispettivamente a due anni e a un anno e sei mesi con le attenuanti date principalmente dal risarcimento di oltre un milione pagato dall’assicurazione.
Concorso in omicidio colposo e rimozione dolosa delle cautele antinfortunistiche i capi di imputazione per tutti. Dopo i patteggiamenti e dopo il processo concluso con l’assoluzione con formula piena, la mamma di Luana, Emma Marrazzo, ha finito lacrime e voce nella protesta: “Mia figlia uccisa di nuovo”, ha sempre detto rispondendo alle sentenze.
Secondo il poco che trapela, il procuratore, studiando la prima inchiesta per la stesura del ricorso in Appello contro l’assoluzione di Cusimano, avrebbe individuato margini per ulteriori indagini. Potrebbero essere sentiti colleghi e amici di Luana per riferire nuovi particolari o chiarire quelli già emersi e, di conseguenza, non si escludono profili di responsabilità fino a ora mai affiorati. E a questo proposito, qualcosa potrebbe essere arrivato dal processo di primo grado a Mario Cusimano il cui difensore, Melissa Stefanacci, ha offerto al giudice tesi alternative che, evidentemente, non sono rimaste inascoltate.
Resta che Emma Marrazzo pretende risposte, anzi la risposta: “Chi ha rimosso i dispositivi di sicurezza che avrebbero salvato mia figlia”?
Luana è diventata il simbolo dei morti sul lavoro. Aveva 22 anni, era mamma di un bambino, aveva sogni e speranze, un fidanzato col quale costruire il futuro, una vita normale come quella di tutti tutti i giovani della sua età. Tutto finito quella mattina, appena due giorni dopo la Festa dei lavoratori. Il simbolo di una battaglia che Emma Marrazzo sta portando ovunque: l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro: “Ci deve essere giustizia per noi e per tutti quelli che salutano figli, mariti, sorelle, fratelli la mattina e poi non li rivedono più”. Di Luana oggi restano le foto dei suoi troppo pochi anni, serie tv, spettacoli teatrali, poesie, targhe con il suo nome, la strada che le è stata intitolata a Montemurlo: “Non mi fermerò mai – ha sempre detto la mamma – è bello vedere e sentire la solidarietà della gente, la condivisione del nostro dolore, le attenzioni al figlio di Luana ma resta un fatto: la nostra condanna all’ergastolo”. (nadia tarantino)