PRATO - Lavoratori sfruttati e segregati, arrestato imprenditore recidivo. Indagini dopo la denuncia di due operaie

Ai domiciliari con braccialetto elettronico un uomo che già in passato aveva patteggiato una condanna dopo la richiesta di aiuto di una lavoratrice aggredita per aver chiesto lo stipendio. Le indagini hanno accertato che l'indagato operava in tre diverse aziende attraverso prestanome
Nadia Tarantino
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Stesso copione di sempre: operai sfruttati, segregati, pagati pochi centesimi per ogni capo prodotto anche per brand italiani. Un imprenditore cinese è stato arrestato nella serata di ieri, lunedì 13 luglio per intermediazione illecita, sfruttamento del lavoro, impiego della manodopera clandestina. L’uomo, vecchia conoscenza della giustizia per avere in passato patteggiato una condanna per gli stessi reati, scaturita dalla denuncia di una lavoratrice picchiata dopo aver reclamato lo stipendio, è stato messo ai domiciliari con braccialetto elettronico. A darne notizia è il procuratore di Prato, Luca Tescaroli, che in un comunicato ha ripercorso “cento giorni di monitoraggio costante dei siti produttivi che hanno consentito di delineare il circuito economico ruotante attorno all’imprenditore, il quale ha ottenuto profitti ingenti senza far fronte agli obblighi tributari”.
Le indagini, condotte dal Gruppo antisfruttamento della Asl Toscana centro e dal Nucleo di polizia economico finanziaria della guardia di finanza di Prato in seguito alla denuncia, stavolta, di due operaie cinesi, hanno ricostruito il quadro di illegalità composto da numerosi tasselli, a partire dagli operai sfruttati.
“Le indagini – viene spiegato – hanno consentito di rilevare le condizioni di venti operai cinesi, in maggioranza irregolari, giunti in Italia attraverso circuiti di immigrazione clandestini, impiegati in turni massacranti, con picchi di sedici ore giornaliere, sette giorni su sette, senza alcuna forma di tutela previdenziale e assicurativa, alloggiati all’interno di due dormitori a poche decine di metri dai siti di produzione”. Non un sito, ma tre: “L’indagato – si legge nel comunicato del procuratore – ha operato tramite prestanome in tre imprese che producono capi di abbigliamento su commissione di aziende di pronto moda su scala internazionale”.
Gli investigatori hanno monitorato ciò che avveniva all’interno delle tre fabbriche, constatando che i lavoratori “venivano rinchiusi per impedire il loro allontanamento, accrescere la produttività e neutralizzare interventi delle forze di polizia, determinando una condizione di grave rischio per la loro stessa incolumità, perché in caso di incendio o di grave pericolo non avrebbero avuto alcuno scampo”. Una metodica imprenditoriale che è continuata nonostante il precedente penale di poco tempo fa.

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