FIRENZE - POLEMICA DIPLOMATICA DOPO LO STOP ALLA BALLERINA RUSSA

Alessio Poggioni
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C’è un momento in cui persino l’arte e lo sport smettono di essere “isole” sospese al di sopra delle contese del mondo e diventano parte integrante delle tensioni che attraversano la nostra epoca. È quanto avviene a Firenze, prima con l’arrivo di Solomon alla Fiorentina, e le polemiche sulle sue origini israeliani e le posizioni assunte nei confronti del Governo Nethanyau, e poi con la decisione del Teatro del Maggio Musicale di sospendere le performance della ballerina russa Svetlana Zakharova e del violinista e direttore d’orchestra Vadim Repin, inizialmente in programma il 20 e 21 gennaio 2026. La motivazione ufficiale riguarda “Le tensioni internazionali che creano un clima che potrebbe pregiudicare il buon esito dello spettacolo.” Un modo per dire che, oggi, non esistono contesti puri, immuni dalla politica globale.
La vicenda è emersa quando, nei giorni scorsi , l’Ambasciata dell’Ucraina in Italia aveva inviato lettere formali sia al Comune di Firenze sia alla direzione del Maggio, chiedendo che lo spettacolo venisse cancellato. La motivazione delle autorità ucraine era chiara: Zakharova e Repin non sono semplici artisti russi. Sono figure pubbliche con legami e posizioni riconducibili alla leadership politica di Mosca, con una storia di supporto al regime di Vladimir Putin. Per Kiev, la presenza sul palco di personalità “vicine al Cremlino” mentre la Russia prosegue la sua guerra su vasta scala contro l’Ucraina sarebbe stata un’inaccettabile normalizzazione simbolica.
Se per il caso Solomon, tuttavia, la polemica si è esaurita piuttosto in fretta, complice la storia di una tifoseria da sempre refrattaria ad assumere posizioni politiche, per la vicenda Zakharova, l’eco rischia di essere piuttosto lungo, dato che la questione si è spostata sugli ambienti diplomatici. Dopo che l’Ucraina ha espresso nei giorni scorsi gratitudine per la decisione del teatro e delle autorità locali, a intervenire è stata l’’Ambasciata russa in Italia che ha bollato la decisione come un atto di “russofobia”, attaccando l’Italia e Firenze come “succubi di Zelensky” e accusando il Paese di limitare la “sovranità culturale” italiana. La risposta è arrivata direttamente dal presidente della Toscana Giani.
Tra le accuse di censura, e il rivendicare una scelta etica, la vicenda fiorentina racchiude in sè uno spaccato dell’epoca in cui viviamo: non più romantica, non più separata, e forse non più ingenua. Arte, teatri, musei e anche lo sport, non possono più considerarsi una bolla disconnessa dal mondo reale. La cultura, per sua natura, riflette le tensioni, le paure e le responsabilità di chi la produce e di chi la fruisce. In questo senso, la scelta di Firenze non è né la prima né sarà l’ultima, ma segna un punto di svolta: l’arte non è più soltanto eccellenza estetica, è dialogo, conflitto e, soprattutto, responsabilità pubblica. E in questo dialogo anche il pubblico non può più limitarsi a sedersi in platea, o in curva : deve interrogarsi su cosa significhi rendere visibili o invisibili voci in un mondo che continua a sanguinare.

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