“Sono vecchia 7 guerre”. Eman Alhaj Ali, giornalista palestinese evacuata da Gaza lo scorso aprile, ha 24 anni ma risponde così quando le chiedono la sua età. Lo facciamo tutti, spiega. A Gaza è così che si conta il tempo che passa, con il numero di conflitti a cui siamo sopravvissuti. La sua testimonianza arriva da Voices, il festival europeo del giornalismo al Teatro del Maggio. Con lei ci sono Meron Rapoport, giornalista israeliano di lungo corso che dal 2018 fa parte di +972 Magazine, un giornale online indipendente israelo palestinese (972 è il prefisso di Israele e di alcune zone della Palestina) e Yousef Habache che dal maggio 2023 (prima quindi del 7 ottobre) guida il ramo europeo del sindacato dei giornalisti palestinesi. Perchè, spiega, avevamo già l’esigenza di far sapere anche in occidente le condizioni di lavoro e di pericolo in cui lavoriamo. Dal 7 ottobre però è accaduto qualcosa di mai successo prima all’informazione. Con la chiusura di Gaza ai giornalisti stranieri (nemmeno il fenomeno di quelli “embedded” che hanno affiancato le truppe in altri conflitti era ammesso) l’unica voce dall’interno della striscia che ha potuto raccontare quanto avveniva era quella di chi già era dentro. Sono 261 i giornalisti morti nel conflitto (e poco o nulla è cambiato, ripetono più volte), il numero più alto registrato nelle guerre degli ultimi decenni. “Fare la giornalista da una zona di guerra significa documentarsi e raccontare con precisione i fatti anche durante un attacco, ricaricare il telefono quando non c’è elettricità, raccogliere testimonianze mentre tu stessa sei costretta a scappare. Molti giornalisti sono morti durante l’occupazione israeliana” ci racconta Eman Alhaj Ali che ora vive in Irlanda ma sente ancora di più la responsabilità di raccontare al mondo quello che accade. “Il mio corpo è qui ma la mia mente è a Gaza” ci dice “la mia paura non è più solo del pericolo ma del silenzio.
FIRENZE - “SONO VECCHIA SETTE GUERRE”: FARE LA GIORNALISTA A GAZA
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