“Chiunque sia stato ad Auschwitz e sia sopravvissuto ad Auschwitz porterà per sempre il segno indelebile della tragedia umana che vi si è consumata. Vorrei suggerire allo spettatore: siate pazienti, leggete con pazienza tutto ciò che è scritto in questi disegni. Queste sono le mie parole disegnate per voi. Devono essere lette”. Così l’artista polacco Marian Kołodziej, nonché scenografo teatrale e cinematografico di grande fama in Polonia, superstite dei campi di concentramento e di sterminio nazisti, si rivolge al pubblico presente all’inaugurazione della mostra di cui è protagonista “KZ Auschwitz – 432 Marian Kołodziej – Parole disegnate. Memoria della deportazione politica Auschwitz 1940 – Ebensee 1945”
Un’iniziativa per valorizzare l’eccezionalità del percorso di Kołodziej: tra i primi deportati ad Auschwitz e sopravvissuto fino alla liberazione nel campo di Ebensee, tra gli ultimi liberati in Europa. La mostra diffusa ospitata al Museo della Deportazione di Prato e al Memoriale delle Deportazioni di Firenze è stata inaugurata alla presenza dell’assessore alla cultura della memoria della regione Toscana,Alessandra Nardini, del presidente della Fondazione museo della deportazione, Massimo Chiarugi, di Elżbieta Cajzer e Michele Andreola del museo statale di Auschwitz-Birkenau e del vice presidente di Aned Prato Diego Clemente.
Quello di Kołodziej è “uno sguardo ad Auschwitz attraverso il disegno”, dice lui stesso che non si tratta di arte, ma di parole racchiuse in disegni. Un’esposizione che si ispira alla serie “Klisze Pamięci” (Fotogrammi della memoria. I labirinti di Marian Kołodziej), conservata presso il monastero francescano di Harmęże, in Polonia. Comprende tre elementi originali in legno, per la prima volta in mostra in Italia, che raffigurano il declino dell’umanità e l’Apocalisse come rappresentazione dell’enormità della tragedia e della sofferenza vissuta nel campo di concentramento.
La mostra include anche repliche di disegni poco conosciuti e inediti, schizzi della realtà del campo, realizzati da Marian Kołodziej subito dopo la liberazione che raffigurano i temi del campo: punizioni, lavoro forzato, fame, sofferenza. Le scene non sono sequenziali ma fanno perdere l’orientamento di chi guarda e vive così un viaggio nella memoria dell’artista.
Promossa e finanziata dalla Regione Toscana e nata da un’idea di Aned Prato, l’esposizione è realizzata in collaborazione con il Museo Statale Auschwitz-Birkenau dalla Fondazione museo e centro di documentazione della deportazione e resistenza – Luoghi della memoria Toscana nell’ambito del progetto “Dall’Italia ad Auschwitz. I luoghi della storia e delle memorie come strumento di formazione” e del Protocollo di intesa per la valorizzazione del memoriale delle deportazioni di Firenze con l’ausilio dei curatori Michele Andreola, Luca Bravi ed Elena Bresci.
Il progetto si è realizzato grazie alla disponibilità del Museo Stale di Auschwitz Birkenau al prestito di opere originali di Marian Kołodziej, mai uscite dai depositi del Museo.
Marian Kołodziej (1921–2009) fu deportato al campo di concentramento di Auschwitz con il primo trasporto di prigionieri politici polacchi, dove ricevette il numero 432. Nel marzo del 1944 fu trasferito al lavoro nel cosiddetto Lagermuseum, dove riuscì a dipingere, tra le altre cose, ritratti di prigionieri. Da Auschwitz, fu trasferito a Gross-Rosen e sottocampi, poi a Buchenwald, Sachsenhausen e successivamente a Mauthausen nel sottocampo di Ebensee, dove fu liberato dall’esercito americano il 6 maggio 1945. Quasi 50 anni dopo la guerra, nel 1993 l’artista fu colpito da un ictus, a seguito del quale iniziò a disegnare, come parte della sua terapia. Questo portò a far riemergere il passato vissuto durante la deportazione e la conseguente spinta incontenibile a testimoniare attraverso le immagini. Nasce così la creazione straziante della serie di opere “Fotogrammi della memoria. I labirinti di Marian Kołodziej”, testimonianza artistica del calvario vissuto nel campo di concentramento.