PRATO - SCOPERTA BANCA ILLEGALE PER CLAN: 41 ARRESTI

Nadia Tarantino
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Tra 80 e 100 milioni di euro l’anno: tanto muoveva la banca illegale scoperta a Prato per far fronte a pagamenti con ‘soldi volanti’, dunque non tracciabili, al servizio di tre organizzazioni criminali dedite al riciclaggio dei soldi della droga, al traffico internazionale di stupefacenti e all’immigrazione clandestina di cinesi. A gestire la banca – sede a Prato e ramificazioni in Spagna, Portogallo, Belgio, Francia e Olanda – un cinese di 53 anni con precedenti penali che è arrivato in Toscana qualche anno fa per scontare l’ultimo scampolo di condanna; l’uomo ha utilizzato questo periodo per allacciare rapporti e contatti diventando un riferimento per frange della criminalità organizzata italiana (Camorra, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita), albanese e per gruppi criminali cinesi. Un riferimento anche per gli imprenditori connazionali del distretto pratese interessati a incassare a nero la vendita di capi di abbigliamento spediti in mezza Europa. Un intreccio di affari e di soldi.
Quarantuno (17 in carcere, 16 ai domiciliari, 8 obblighi di firma) le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Firenze su richiesta della Dda, 60 milioni di euro finiti sotto sequestro: un’attività massiccia che ha impegnato gli investigatori del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato e della Squadra mobile di Prato (diretta dal dottor Andrea Belelli) sotto il coordinamento del procuratore di Firenze, Rosa Volpe, e dei sostituti antimafia Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli. All’alba di oggi, lunedì 15 maggio, la maxiretata: 150 i poliziotti in azione, con l’ausilio di un elicottero, per notificare gli avvisi di garanzia con gli ordini di arresto e per dare corso a decine di perquisizioni. Le accuse a vario titolo: associazione per delinquere (per una quindicina con l’aggravante mafiosa), riciclaggio, traffico internazionale di stupefacenti, immigrazione clandestina. Centotrenta le contestazioni.
“Le frodi fiscali delle imprese cinesi saldate con il riciclaggio e con il traffico di droga del crimine organizzato: un fenomeno – il commento del procuratore antimafia, Giovanni Melillo – estremamente allarmante che fa giustizia delle rappresentazioni edulcorate di una criminalità organizzata, mafiosa in particolare, sotto controllo”.
Anni di indagini nate dalla rivelazione di un indagato cinese che parlò di un connazionale al centro di un sistema basato su svariati interessi e tenuto insieme da enormi provviste di denaro nero. Una calamita per gruppi criminali attivi su diversi fronti e, soprattutto, la garanzia di trasferimento di denaro senza lasciare traccia grazie al metodo ‘Hawala’ che consente transazioni virtuali. Secondo gli investigatori, il metodo ha consentito per anni il pagamento di ingenti quantitativi di droga importati dall’estero. Il vorticoso giro di denaro a nero sfociava nel distretto parallelo pratese: i collaboratori della banca facevano la raccolta a domicilio dei soldi in contanti delle organizzazioni criminali e arrivavano a Prato con i doppi fondi delle auto pieni a titolo di pagamento della merce inviata in Spagna, Portogallo e Francia, paesi nei quali un’altra raccolta a domicilio presso le aziende cinesi serviva a pagare i quantitativi di droga destinati ai gruppi italiani e albanese. La banca illegale – stando al provvedimento cautelare – avrebbe agevolato l’attività di diverse organizzazioni di stampo mafioso: il clan Briganti attivo a Lecce, la ‘ndrina Fiarè-Razionale-Gasparro che opera in provincia di Vibo Valentia, il clan camorristico Aquino-Annunziata. A fare affari anche un albanese trapiantato in Toscana.
Tra le sfere di interesse anche quella relativa all’ingresso in Italia di cinesi destinati a lavorare nelle aziende dei connazionali. Le indagini hanno ricostruito il ‘viaggio’: dalla Cina alla Serbia (paese europeo che non richieste il visto di ingresso), dalla Serbia all’Ungheria con tratti di montagna attraversati a piedi, poi condotto in auto in Slovenia e qui smistati tra Prato, Torino e la provincia di Verona. Il viaggio di ogni singolo migrante fruttava all’organizzazione 9.500 euro.

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