“Grazie a Berlusconi e al nostro compaesano Dell’Utri ci siamo messi il Paese nelle mani”. Sono le parole che Gaspare Spatuzza, uomo di spicco di Cosa Nostra e dal 2008 collaboratore di giustizia, attribuisce al boss Giuseppe Graviano. Siamo a Roma, gennaio 1994, pochi giorni prima dell’arresto che mette fine a più di 10 anni di latitanza di entrambi i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo. “Era euforico – racconta ancora Spatuzza – diceva che con gli attentati del ’92 e con le stragi del ’93 avevamo fatto un colpo di Stato e che con i morti che ci portavamo dietro, chi si doveva dare una mossa se la sarebbe data”. Due ore piene di deposizione davanti al tribunale di Firenze dove è in corso il processo a Salvatore Baiardo, l’ex uomo di fiducia dei fratelli Graviano, accusato dai pm antimafia Gestri e Di Gregorio di favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa e di calunnia ai danni di Massimo Giletti in relazione ad una foto scattata negli anni ’90, che il giornalista dice di essergli stata mostrata dall’imputato che però nega, in cui erano ritratti Silvio Berlusconi, Giuseppe Graviano e il generale Francesco Delfino.
Spatuzza ha parlato del suo ruolo diretto e indiretto a numerosi omicidi (“me ne vergogno con tutto il cuore” le sue parole), ha raccontato gli attentati di Capaci e di via D’Amelio in cui morirono i magistrati Giovanni Falcone e la moglie, Paolo Borsellino e le scorte, ha ripercorso la pianificazione delle stragi del ’93 a Firenze, Roma e Milano e l’attentato fallito all’Olimpico di Roma all’inizio del ’94 (“la cosa che mi fa più male – ha detto – è che in tanti anni di carcere, il quello che hanno fatto alla società non ha ancora penetrato il cuore dei Graviano”). Spatuzza, in libertà vigilata dal 2023 dopo 26 anni in carcere, a proposito della strage dei Georgofili ha detto che fu lui a portare il Fiorino pieno di esplosivo da Prato, dove era stato preparato, a Firenze. Verità già riconosciute nei processi e oggi ripetute con le stesse parole attraverso ricordi nitidi, attraverso nomi e cognomi, luoghi e circostanze. Ha parlato anche di patti con la politica ma non ha detto nulla di più, salvo fare un’insinuazione – “Non esce un cane con l’osso in bocca” – come a voler far capire che forse qualche interesse in ballo, per i Graviano, ancora c’è.
Collegato da Palermo, Baiardo, difeso dagli avvocati Ventrella e Bellezza, ha ascoltato parola per parola la deposizione di Spatuzza che di lui ha detto di non averlo mai conosciuto, di non averne mai sentito parlare da Giuseppe Graviano. “Salvatore Baiardo – le parole del pentito – l’ho visto per la prima volta in televisione quando rilasciava le interviste”.
FIRENZE - PROCESSO BAIARDO: LA TESTIMONIANZA DI SPATUZZA
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